Arte, Cultura e Folklore del Salento

La tecnica della Cartapesta

foto cartapesta salentoLa Cartapesta è una poltiglia ottenuta dalla macerazione di carta straccia, preferibilmente con poca cellulosa e non stampata per l’impurità che potrebbe contenere, in una soluzione di acqua e di colla di farina. A macerazione avvenuta, la carta viene pestata in u n recipiente di pietra viva mediante un grosso pestello di legno (se in piccola quantità), oppure con delle “mollazze o pile olandesi” simili a quelle utilizzate nella lavorazione della pasta per carta (se in grande quantità).

Concluso il pestaggio si fa bollire la poltiglia ottenuta in una caldaia aperta o chiusa o di costruzione più o meno perfetta, a seconda della produzione progettata. Si possono anche far bollire gli avanzi di carta invece di metterli a macerare nell’acqua perché ciò faciliterebbe il pestaggio. Al termine della bollitura si pressa la poltiglia per spremere l’eccesso di acqua, e la si mescola con una soluzione di colla animale, di pasta d’amido, di destrina o di una sostanza resinosa. Alcuni artigiani consigliano di aggiungere una percentuale pari al 5% di cellulosa o di pasta meccanica di legno, perché ciò aumenta la resistenza nel tempo del modellato finale.

Il miscuglio che risulta dopo tale operazione deve essere bene impastato fino a risultare una massa uniforme e consistente, tale da non lasciar scolare acqua o sostanza cementante. L’impasto preparato si può applicare su leggere armature, a mano o con delle stecche, oppure può essere sistemato, comprimendo, in una forma di gesso, spalmata internamente di olio di lino, fino ad ottenere uno spessore dai 3 ai 5 centimetri. Tale forma è stata precedentemente preparata dall’artigiano modellando prima il soggetto in argilla pregiata, e facendo poi colare del gesso scagliola sul soggetto stesso. Ottenuta la “contro forma” si ferma un po’ di poltiglia pestando ripetutamente col dito indice, in modo da stenderla uniformemente.

In seguito, servendosi di una piccola spugna, la si comprime leggermente per assorbire l’acqua residua e fare aderire la pasta alla forma. L’impasto destinato alla forma si può anche diluire con acqua e quindi, colato nel caso in cui si voglia riprodurre un soggetto in tutto simile al modello, anche nei minimi particolari.
Completata la modellatura si spalma di colla la superficie del modellato, dopo averlo estratto dalla forma, ovviamente, nel caso in cui non lo si è costruito a mano su un’armatura, e lo si porta a seccare, d’estate, all’ombra o, d’inverno, in un ambiente riscaldato da una stufa. L’essiccamento deve essere lento e graduale, ad una temperatura massima di 30 gradi per evitare che la forma si contorca per un calore eccessivo. Accertato l’essiccamento, si procede alla rifinitura con la colla già usata e con “raspe” identiche a quelle dei falegnami, si eliminano le asperità e si lisciano le superfici. Con ferri roventi, successivamente, si segnano pieghe e si modificano particolari espressivi. Si spalma il modellato, quindi, con sostanze atte a preservarle dall’azione nociva dell’umidità del tarlo e del fuoco, quali l’acqua di vetriolo o calce stemperata con “siero” o chiaro d’uovo, oppure con un leggero strato di gomma lacca o con del solfato di sodio.
La sostanza più usata per la spalmatura finale prima della coloritura è il gesso diluito con colla animale. Il resto dell’impasto non impiegato può esser fatto essiccare in un apposito essiccatoio, quindi viene pestato e ridotto in polvere finissima per essere conservato o adoperato al momento opportuno. La forma cosi ricoperta riceve una prima coloritura ad olio. Il procedimento fin qui illustrato è stato adoperato dai nostri artigiani fino a una ventina di anni fa; oggi non si pesta più la carta ma la si acquista direttamente dalle cartiere e la si pone nelle forme a piccoli pezzi spalmati di colla e di farina.

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